Tutto è relativo… come Jochen insegna

Un breve ma simpatico scambio di commenti con un lettore, che ho facilmente ‘sgamato’ nelle sue passioni semplicemente grazie al suo indirizzo email quantomai rivelatore, ha portato nei giorni scorsi il mio pensiero ad un grande del nostro sport: Jochen Rindt.

Un grande, che era predestinato a diventar immenso se l’altrettanto grande falce non avesse interrotto la sua vita spericolata in un triste 5 settembre 1970, a Monza, durante  le prove del GP d’Italia.

Ero, allora, bambino, ma già provavo un’accesa curiosità -le primizie della passione- per le corse e mi ricordo ancora come appresi quel giorno con grande tristezza quella pessima notizia (allora le informazioni correvano molto meno rapidamente di oggi) da RadioRai, mentre ero in viaggio coi miei genitori e mi trovavo proprio alle porte di Milano, sostanzialmente a due passi dal luogo della tragedia.

Quest’anno, una settimana prima del GP d’Italia, ricorrerà quindi il 40° anniversario di quel tragico incidente. In quell’occasione riparlerò di questo grande talento, asso della velocità, scomparso troppo presto e diventato l’unico Campione del mondo postumo della storia della F1. Tedesco di nascita, da padre tedesco e madre austriaca, ed austriaco d’adozione e di licenza sportiva, Rindt merita ampiamente un capitolo a parte nella storia della Formula 1. Il suo manager era nient’altri che un certo Bernie Ecclestone, che recentemente mi ha confidato come il più austriaco dei piloti tedeschi, il grande Jochen, sia dei tanti piloti che ha conosciuto in carriera quello che più gli manca. Quello con cui più aveva legato. Eppure so bene quanto Mister E fu vicino anche ad Ayrton Senna da Silva, tanto per fare un solo esempio.

Jackie Stewart -come mi segnala il lettore con cui ho dialogato- ha dichiarato: Jim Clark era il migliore, Jochen Rindt era il più veloce.

A quei tempi, però, pilotare una Lotus ed uscir di strada comportava rischi ben più grandi di quelli che prendono i cavalieri moderni della F1. Attenzione non voglio assolutamente sminuirne il coraggio: si tratta solo della logica evoluzione della società. Allo stesso modo, a pari situazione, era molto più pericoloso andare a sbattere allora con una Fiat 124 (la cito perché m’è successo due volte! Una come passeggero, una al volante) che oggi con una qualsiasi moderna berlina.

Il rischio però c’è sempre. Un anno fa, di questi tempi, durante un’altra sessione di prove, quella di qualifica del GP d’Ungheria, fu Felipe Massa a rischiare la vita dopo esser stato colpito sul casco da una molla persa dalla Brawn del suo connazionale Barrichello. Pochi giorni prima (il 19 luglio) era scomparso a Brands Hatch in una gara di F2 il giovanissimo Henry Surtess -anch’egli colpito al capo- figlio dell’ex-campione del mondo John. Nonostante gli indiscutibili e tangibili progressi in fatto di sicurezza, le corse richiedono ancora, oggi, il loro tributo di vite umane. Ignorarlo sarebbe follia. Ridurre l’attenzione per la sicurezza sarebbe sconsiderato. Pensare sempre che i problemi sportivi o di classifica siano i più gravi sarebbe riduttivo e poco lungimirante.

Allora, credo che sia ora di voltar pagina rispetto alla questione ordini di squadra e risultato pilotato di Hockenheim. Passiamo ad altro. In fondo, oggi, Felipe Massa è cupo perché gli è stata ‘carpita’ una vittoria (che comunque la Ferrari, primo o poi, gli restituirà ai danni di Alonso – leggete in un precedente post) ma sta per recarsi all’Hungaroring per correre!!! In piena forma. Un anno fa, in questo periodo, era ancora all’ospedale di Budapest in condizioni più o meno critiche. Riflettendo a ciò, mi viene un solo commento in mente: tutto è relativo!

I problemi di oggi paiono così derisori se rapportati a cosa Massa ha rischiato dodici mesi or sono. Penso a quanto sarebbero stati contenti i familiari ed amici di Jochen Rindt se quarant’anni fa, invece che versare lacrime di disperazione, avessero dovuto semplicemente gestire la collera per un improbabile ordine di squadra impartito da Colin Chapman a favore di Graham Hill o John Miles…

Allora, basta con le polemiche. Aspettiamo sereni la sentenza del Consiglio Mondiale della FIA e nel frattempo, permettetemi di dedicare a Jochen Rindt ed a tutti gli appassionati di corse questo filmato sulle note di “Forever young” (Bob Dylan).

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Informazioni su Paolo Bombara

Il mio primo GP? Nel 1982. Negli ultimi 19 anni, ho assistito ad oltre 350 GP come inviato speciale per diverse testate. Una vita in F1 !
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2 risposte a Tutto è relativo… come Jochen insegna

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  2. Luca ha detto:

    GRAZIE PAOLO; GRAZIE DI CUORE

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