Quarant’anni fa scompariva Rindt – Ciao Jochen

Spesso Bernie Ecclestone viene chiamato “il Padrino”, con chiaro riferimento alla figura del boss mafioso resa tanto celebre dalla saga di film del regista statunitense Francis Ford Coppola, tratti dal romanzo di Mario Puzo, ed esaltata dalla magistrale interpretazione di Marlon Brando nella prima parte…

Lasciando perdere la Mafia ed i suoi dintorni, Ecclestone è veramente il “Padrino” della F1, in quanto ‘capo’ rispettato ed osannato attorno al quale gravitano tutti gli affari della grande famiglia della F1.

Il grande Jochen era anche soprannominato Tiger perché il suo naso schiacciato da pugile, che incuteva timore, ricordava anche quello di una tigre. Era nato così: non aveva mai praticata la boxe.

Quello che relativamente pochi sanno, invece, è che Bernie Ecclestone è, nella vita, anche realmente padrino di una bella ragazza tedesca, Natascha Rindt, figlia di Karl Jochen Rindt e Nina Lincoln. Il giovane Bernie era, infatti, manager personale ma anche grandissimo amico del pilota tedesco scomparso esattamente quarant’anni fa…

La F1 si sta preparando a scendere in pista a Monza la prossima settimana, ma oggi il cuore e la memoria ci riportano a quel tragico 5 settembre 1970. Durante le qualifiche del GP d’Italia, proprio sull’impianto brianzolo, al volante della sua Lotus perse la vita il grandissimo Karl Jochen Rindt, leader del campionato e che al termine di quella stagione venne, poi, incoronato Campione del mondo, il solo postume della storia della F1.

Rindt, di fatto, è stato il vero primo campione del mondo tedesco, 24 anni prima di Michael Schumacher, ma viene abitualmente ed erroneamente considerato austriaco, per due ragioni essenziali:

1) perché correva con licenza austriaca, fatto essenziale per le statistiche della FIA.

2) perché di fatto era stato suo malgrado trapiantato giovanissimo in Austria, dov’era cresciuto coi nonni materni nella bella cittadina di Graz, dove le sue spoglie riposano in pace.

La sua storia era fin da piccolo stata intrisa con l’inchiostro con cui vengono scritte le tragedie. Era nato il 18 aprile 1942 a Mainz (Germania) da padre tedesco e madre austriaca, ma entrambi i suoi genitori persero la vita durante un bombardamento alleato nel corso della seconda Guerra mondiale. Fin da giovanissimo, ha poi svelato un carattere molto determinato ed indipendente, ribelle all’autorità, tanto da farsi espellere da varie scuole private. Aveva una spiccata passione ed attitudine per la velocità e la competizione, e si rivelò immediatamente dotato d’un temperamento sprezzante del rischio. Si forgiò la reputazione di ragazzo scavezzacollo, prima partecipando a diverse competizioni sciistiche (nelle quali si fratturò due volte un braccio) ed al contempo, lontano dalle piste innevate, in sella ad un motorino; poi, cimentandosi nel motocross dove divenne famoso perché correva senza mezze misure: o vinceva o si schiantava! Grazie alla relativa agiatezza del nonno, avvocato, poté anche cimentarsi nelle corse d’auto, dapprima nei rally con una Simca, poi nelle corse Turismo con un’Alfa Romeo Giulietta, prima di migrare naturalmente verso le monoposto, dove si fece subito notare come pilota dallo stile particolarmente ardito, sempre tutto gas intento a controllare col volante le derapate della macchina. Collezionò un’impressionante ed inquietante serie d’incidenti, che non hanno però mai placato il suo entusiasmo né eroso il suo coraggio. Al riguardo, Jackie Stewart disse più tardi che “Jim Clark era il migliore, Jochen il più veloce!”.

Molto presto elesse in cuor suo un eroe, un paladino, un esempio da imitare: era il Conte Wolfgang “Taffy” Von Trips, l’asso tedesco che si immolò il 10 settembre 1961 sempre a Monza, al volante della sua Ferrari, dopo essersi urtato coll’esordiente Clark, al 2° giro del GP, quasi nello stesso punto dove, poi, morì Rindt: nel rettilineo all’ingresso della Parabolica. Anche Von Trips era in lizza per il titolo mondiale che, a seguito di quella tragedia,  perse per un solo punto (esclusi quelli di scarto) a vantaggio di Phill Hill. Chissà se in quello sventurato 5 settembre, Rindt aveva pensato anche alla fine del suo eroe, nove anni prima, mentre anche lui era arrivato a Monza indossando i panni del leader del Campionato?

Ironia della sorte, la sua vita e la sua folgorante carriera si chiusero -come detto- nello stesso luogo, praticamente nello stesso punto dove von Trips si era ucciso trascinando con sé anche 13 sventurati spettatori.

La sua carriera in monoposto era ‘decollata’ nel 1964, quando acquistò una Brabham F2 di ‘seconda mano’ per 4.000 sterline con cui si mise subito in grande evidenza. Alla sua seconda gara, disputata sul tracciato londinese di Crystal Palace, si fece subito notare per il suo stile ‘tutto di traverso, piede giù sul gas’, suscitando lo stupore della stampa inglese che riportò come la corsa fosse stata vinta da “…uno sconosciuto giovane ‘austriaco’ che aveva battuto il grande Graham Hill” (ma anche Clark e Stewart). In breve divenne il pilota di riferimento nella F2, dove continuò a gareggiare fino alla sua tragica scomparsa, vincendo ben 45 gare. Esordì in F1 già nel 1964, nel GP d’Austria a Zeltweg, al volante di una Brabham della scuderia private di Rob Walker. L’anno dopo, venne integrato nella formazione ufficiale della Cooper, al fianco di Bruce McLaren. In quell’anno, vinse anche la 24 Ore di Le Mans al volante di una Ferrari 250 LM, in coppia col pilota statunitense Masten Gregory. Nel 1968, un anno dopo essersi sposato con la bellissima modella finlandese Nina Lincoln, lasciò la poco competitiva Cooper per passare alla Brabham con cui brillò, ma senza vincere. L’anno dopo, approdò alla Lotus, sua ultima squadra. Faticava però ad ottenere grandi risultati, nonostante un paio di pole position con la Brabham, nel 1968. Tanto che un noto giornalista britannico, il decano della specie, il celebre Denis Jenkinson, sosteneva che Rindt fosse un pilota d’enorme talento ma con poca intelligenza di corsa, incapace di vincere. Si spinse a fare una scommessa che deve, poi, aver rimpianto in seguito: un giorno disse a Colin Chapman che si sarebbe tagliato la sua tanto famosa quanto lunga barba semmai Rindt avesse vinto un GP! Il suo barbiere improvvisato dovette metter mano alla forbice, probabilmente una cesoia, il 5 ottobre 1969 quando Karl Jochen Rindt trionfò per la prima volta, al volante della sua Lotus, nel GP degli USA a Watkins Glen.

Con la Lotus, Rindt conquistò altre otto pole position e vinse altri cinque Gran Premi nel 1970, anno della sua consacrazione iridata e purtroppo anche della sua tragica morte. La più bella e gradita delle vittorie di quella stagione fu quella conquistata nel GP di Monaco al volante dell’ormai ‘vecchia’ Lotus 49, poiché la nuova 72 non era ancora pronta per gareggiare. Dopo esser risalito dal quinto al secondo posto, grazie anche a ritiri di altri concorrenti, Jochen diede letteralmente il meglio di sé dando l’assalto al leader Jack Brabham, al volante di una delle sue vetture. Guidando in modo impressionante, rimontò il terreno perso recuperando i 15’’ di distacco che lo separavano dall’australiano. Attaccando come un ossesso, stabilì il giro record in gara, finendo col metter addosso una tale pressione a Brabham, che questi all’ultima curva dell’ultimo giro andò a sbattere contro il guard-rail. Rindt trionfò, poi, quell’anno anche nei GP d’Olanda, Francia, Gran Bretagna e Germania, senza mai mostrare nessun calo della sua naturale irruenza nonostante fosse stato molto colpito dalla tragica morte di suoi due colleghi ed amici, Bruce McLaren e Piers Courage.

Natascha Rindt... La somiglianza col padre è evidente ed ovviamente ha pure provato a cimentarsi al volante

Alcuni sostengono che, nel caso si fosse effettivamente laureato campione del mondo quell’anno, Rindt avesse già pianificato di ritirarsi dalle corse a fine stagione, per rispetto di sua moglie Nina e della figlia che le aveva da poco dato: la piccola Natascha di cui come vi dicevo Bernie Ecclestone è il padrino. Chissà se lo avrebbe veramente fatto… Jochen era un “animale” da corsa. Spero che a Monza, nei giorni del prossimo GP d’Italia qualcuno lo ricorderà come merita. Oggi, avrebbe 68 anni.
Ciao Jochen!

e mi pare doveroso ricordare nella stessa occasione, anche in video, la tragica scomparsa di “Taffy” Wolfgang von Trips che, come vi ho detto, era anche l’eroe di riferimento per Jochen Rindt. In quel terribile incidente, provocato al 2° giro dalla collisione col giovane Jim Clark, perirono anche 13 spettatori assiepati sui terrapieni a bordo pista. La sicurezza a quei tempi era un concetto molto relativo…

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Informazioni su Paolo Bombara

Il mio primo GP? Nel 1982. Negli ultimi 19 anni, ho assistito ad oltre 350 GP come inviato speciale per diverse testate. Una vita in F1 !
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2 risposte a Quarant’anni fa scompariva Rindt – Ciao Jochen

  1. Luca ha detto:

    GRAZIE PAOLO; IMMENSAMENTE…….LO HAI RICORDATO CON GRANDE AFFETTO E TE NE SONO GRATO!!

  2. Gianpaolo ha detto:

    Ciao Paolo
    Nel 1970 avevo 13 anni e quel maledetto sabato do settembre lo ricordo perfettamente. Grazie di aver ricordato Jochen , con affetto
    Gianpaolo

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